Shame

Shame

Shame

Shame di Steve McQueen (regista inglese di colore omonimo del più famoso attore spericolato degli anni settanta/ottanta). Il protagonista assoluto è Michael Fassbender che interpreta un uomo malato di sesso. Proprio così. Il sesso è vissuto da Brandon non come fonte di piacere o come frutto di una profonda affettività ma come grido di dolore, di sofferenza, di rabbia. Il sesso è una necessità da soddisfare continuamente. Brandon rifiuta totalmente ogni accenno di amore inteso come sentimento da condividere. L’unica volta che si ritrova in procinto di fare l’amore con la collega di lavoro con cui riscontra una certa affinità e con la quale si scopre capace di provare un affetto sincero ecco che si blocca e non riesce ad andare oltre. Preferisce (o si trova costretto) fare sesso magari a pagamento ma senza nessun coinvolgimento emotivo. L’unico rapporto affettivamente profondo è con la sorella (Carey Mulligan) con cui condivide temporaneamente il suo appartamento a New York. Una vita triste, cupa, insoddisfatta porta Brandon a soffrire e a tormentarsi. Ha bisogno di masturbarsi, di circondarsi di pornografia via internet, di sesso intenso ogni minuto della giornata. La fotografia scura che ritrae Brandon a spasso in una New York notturna rende l’idea della solitudine e dell’emarginazione tutta interiore. Il film è drammatico ma non melodrammatico. Le numerose scene di sesso esplicito sono girate con un occhio che trasmette pura fisicità ma nessun erotismo. Un mero esercizio di sfogo fisiologico e psicologico che non sfocia mai in amore o sentimento. Michael Fassbender ha ricevuto a Venezia la Coppa Volpi come migliore interprete maschile per questo personaggio intrigante e sofferente. Sofferente di una malattia di cui non si conosce la cura. La forte sessualità vissuta come necessità e non come conseguenza di un sentimento profondo porta l’essere ad un baratro che sprofonda all’infinito. Un film intenso che cattura e fa riflettere.

Voto: 7+

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